giovedì 10 settembre 2009

Il presidente è indisposto...

PIOVONO RANE di Alessandro Gilioli


7635_128275853911_101748583911_2471953_716566_a.jpg

Boh, che strano. Se uno va a guardare i giornali in archivio, scopre che il 17 dicembre scorso il premier non è uscito da Palazzo Grazioli, per via di uno strappo alla schiena procuratosi durante la ginnastica mattutina.


Oh, niente, poveraccio, tutto il giorno chiuso a Palazzo Grazioli, non è potuto nemmeno andare al Quirinale per lo scambio di auguri natalizi con Napolitano.


Poi però se uno legge il Corriere di stamattina scopre che il 17 dicembre scorso a Palazzo Grazioli lui non è uscito, ma in compenso è entrato Gianpaolo Tarantini, in una macchina con i finestrini oscurati, e sul sedile posteriore c’erano tre signorine, tra cui questa graziosa brasiliana, che poi è rimasta a intrattenersi con il premier.


Ps: Qui il comunicato ufficiale con cui Palazzo Chigi spiegava l’assenza del premier agli appuntamenti ufficiali (grazie a Fabrizio P. che me l’ha segnalato).

7635_128275998911_101748583911_2471954_4298813_n.jpg

giovedì 20 agosto 2009

La verità fa male...

Si sa, la verità fa sempre male, dunque è da censurare, nascondere, celare, offuscare. Soprattutto in Italia, è sempre stato così. Andreotti è stato assolto, il doppio Stato non esiste, la mafia ormai è sconfitta: tutte balle, create ad arte per nascondere la verità e mantenute in vita tramite il silenzio dell’informazione seria, ormai ridotta a pochi esponenti, ovviamente invisi al potere, di qualunque colore esso sia. L’ennesima riprova di questo fatto è cosa di poche ore fa: durante il tg1 non è andato in onda nessun servizio sull’attacco di Di Pietro a Berlusconi. Il leader dell’Idv dal suo blog ha definito il governo Berlusconi – come già due giorni fa – «il governo del favoreggiamento alla mafia». Ecco il post dal suo blog:

«Il presidente del Consiglio sputa nel piatto dove mangia e dichiara che "vorrebbe passare alla storia come uomo che ha sconfitto la mafia". Ma questo, oltre ad essere un chiaro e singolare conflitto di interessi, è anche una presa per i fondelli degli italiani e dei veri eroi della lotta alla mafia, uomini del calibro di Falcone e Borsellino.
Come intende sconfiggere la mafia Silvio Berlusconi allevandola in casa? Prendendone il controllo dall’interno? Invitando alle sue solite cene private i vari Provenzano, Riina, De Stefano? I padrini di Cosa Nostra non li può comprare a buon prezzo come Bossio Fini, se ci stringi un patto (di sangue) viene stralciata la clausola di risoluzione del contratto!
E poi, con quali voti pensa di fare la differenza politicamente nel Paese, il Cavalier nostrano, se non con quella dei sodali malavitosi?
Non è per caso lui che ha ospitato un assassino di Cosa Nostra in casa propria sotto le mentite spoglie di uno stalliere?
Non è per caso il suo partito un ottimo vivaio - nel presente Dell’Utri e, nel passato, Cuffaro - per uomini con forti relazioni con la criminalità organizzata?
Non è per caso proprio lui ad aver favorito con le leggi gli affari e l’incolumità dei criminali, attraverso la depenalizzazione dei reati finanziari, la contrazione dei tempi di prescrizione, l’eliminazione delle intercettazioni, il condono fiscale?
Non è per caso proprio il CDM da lui presieduto che ha deciso di non sciogliere il comune di Fondi per infiltrazioni della ‘Ndrangheta, dopo 17 arresti e più di 500 cartelle di atti giudiziari testimonianza della collusione tra la giunta Pdl e criminali organizzati?
Non è per caso lui che trattò, come ci dice la sentenza di primo grado che ha condannato a nove anni Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, con i padrini delle cosche accordi e favori economici per le sue aziende, oltre la nascita di Forza Italia?
Presidente del Consiglio, come ho scritto appena due giorni fa, il suo è il governo del “favoreggiamento alla mafia” e passerà alla storia per aver rafforzato economicamente e fatto penetrare fin nei più alti ranghi delle istituzioni il flagello della criminalità organizzata.
Riporto per non dimenticare uno stralcio della sentenza che riguarda Marcello Dell’Utri e che non leggerete mai sui giornali (leggi il testo integrale). Stampatelo e diffondetelo tra i vostri amici e conoscenti perché la menzogna si combatte con l’informazione.
"Vi è la prova che Dell’Utri aveva promesso alla mafia precisi vantaggi in campo politico e, di contro, vi è la prova che la mafia, in esecuzione di quella promessa, si era vieppiù orientata a votare per Forza Italia nella prima competizione elettorale utile e, ancora dopo, si era impegnata a sostenere elettoralmente l’imputato in occasione della sua candidatura al Parlamento Europeo nelle fila dello stesso partito, mentre aveva grossi problemi da risolvere con la giustizia perché era in corso il dibattimento di questo processo penale"».
Con delle simili accuse, ci aspetteremmo almeno un servizio nel tg più seguito d’Italia: il presidente del consiglio italiano è stato incolpato di aver intrattenuto e di intrattenere tuttora rapporti con la mafia. Ricordate quando, secondo i benpensanti nostrani, Di Pietro diede del mafioso a Napolitano? Era il 28 gennaio scorso e il tg1 apriva la sua edizione serale proprio con le parole di Di Pietro, reo di aver attaccato il presidente della Repubblica dandogli del mafioso. Allora si trattava di una balla creata ad arte, oggi no: l’ex pm ha effettivamente accusato il Canagliere di essere un sodale della mafia. Eppure, se all’epoca era stato sollevato un polverone, oggi non è stata detta neanche una parola al riguardo. Stiamo parlando sempre di una delle 4 più alte cariche dello Stato, ma la differenza di trattamento è enorme. Come mai?
Non è che qualcuno abbia ritenuto di non dover divulgare queste accuse, magari perché ben precise e non vaghe? Non è che qualche genio abbia pensato che il riportare la notizia avrebbe voluto dire aprire un serio dibattito sul premier, vista la precisione delle affermazioni? È strano anche il fatto che non ci siano state particolari reazioni da parte dei berluscones: gli unici a parlare sono stati Bonaiuti («Il moralismo d’accatto di Di Pietro è insopportabile, offensivo e degradante per l’intero sistema politico») e Capezzone («Antonio Di Pietro è tornato dalle vacanze e ha ripreso a insultare Berlusconi – e non solo – come prima e più di prima, stavolta straparlando di mafia e criminalità. Ma non c’è da preoccuparsi: le uniche cose messe davvero in pericolo dall’ex pm sono le regole della grammatica e della sintassi, che si ritrovano di fronte un temibile nemico»), tenendosi ovviamente ben lontani dallo smontare una per una le accuse mosse da Di Pietro, come sempre.
Non vorremmo che avesse ragione il leader dell’Idv, sia nei confronti del Canagliere che nei confronti del silenzio: Di Pietro – ricordiamocelo – il 28 gennaio fu accusato di vilipendio nei confronti di Napolitano per aver detto che «il silenzio è mafioso, il silenzio è un comportamento mafioso».
AB

fonte: http://Bile.ilcannocchiale.it/post/2316021.html

mercoledì 19 agosto 2009

... E se c'ero dormivo...

È inutile cercare di stare dietro alla montagna di balle che quotidianamente il nostro giovane premier ci propina: è materialmente impossibile. Uno non fa neanche in tempo a confutare la bugia mattutina che alla sera se ne trova almeno altre dieci, tutte lì, che aspettano qualcuno che le sveli.
Oggi ci siamo occupati dell’amore fraterno che lo lega a Bossi, ma già stasera è il caso di confutare un’altra delle sue sparate. L’intervista “concessa” al suo dipendente direttore di Chi infatti trasuda di barzellette e bugie, dalle gambe cortissime. Scoraggiati dalla produzione industriale di menzogne del bugiardo patentato (amnistiato per falsa testimonianza), limitiamo la nostra analisi alla seguente frase dell’“intervista”: «Ho partecipato soltanto a cene certamente simpatiche, ma assolutamente ineccepibili sul piano della moralità e dell’eleganza. E non ho mai invitato consapevolmente a casa mia persone poco serie».

La falsità di una frase del genere dovrebbe essere lampante agli occhi di tutte le persone moderatamente informate. Registrazioni, varie interviste di escort, ammissioni, ricostruzioni mai smentite nei fatti sono lì a dimostrarlo. E il Canagliere lo sa benissimo. Tant’è vero che, come poco tempo fa (ricordate il «non sono un santo»?), mette le mani avanti: se anche fosse vero (e lo è) che alle sue “cene” sono state presenti nani (lui escluso) e ballerine, lui non lo sapeva. Lui ignora sempre, qualsiasi cosa accada. Basta vedere alcuni episodi della sua vita, ricapitolati magistralmente da Marco Travaglio nell’articolo «L’uomo che sapeva troppo poco» del giugno scorso.

«Da quando, in via del tutto ipotetica, il suo on. avv. Niccolò Ghedini l’ha definito "utilizzatore finale" di prostitute a sua insaputa, Silvio Berlusconi si staglia come il politico più ingenuo o più sfortunato della storia dell’umanità. Dal 1974 al 1976 ospita nella villa di Arcore un noto mafioso, Vittorio Mangano, intimo del suo segretario Marcello Dell’Utri e già raggiunto da una dozzina fra denunce e arresti, ma lo scambia per uno stalliere galantuomo: anche quando glielo arrestano due volte in casa. Dal 1978 (almeno) al 1981 è iscritto alla loggia deviata P2, convinto che si tratti di una pia confraternita. Dal 1975 al 1983 le finanziarie Fininvest ricevono l’equivalente di 300 milioni di euro, in parte in contanti, da un misterioso donatore, ignoto anche al proprietario: infatti, dinanzi ai giudici antimafia venuti a Palazzo Chigi per chiedergli chi gli ha dato quei soldi, si avvale della facoltà di non rispondere.
Negli anni 80 l’avvocato David Mills crea per il suo gruppo ben 64 società offshore nei paradisi fiscali, ma lui non sospetta nulla, anzi non sa nemmeno cosa sia la capofila All Iberian. Questa accumula all’estero una montagna di fondi neri che finanziano, fra gli altri, Bettino Craxi (23 miliardi di lire) e Cesare Previti (una ventina). Previti, avvocato di Berlusconi, ne gira una parte ai giudici romani Vittorio Metta (nel 1990) e Renato Squillante (nel 1991), ma di nascosto al Cavaliere. Il quale però s’intasca il gruppo Mondadori grazie a una sentenza di Metta, corrotto da Previti con soldi Fininvest. Nei primi anni 90 il capo dei servizi fiscali del gruppo, Salvatore Sciascia, paga almeno tre tangenti alla Guardia di finanza. E nel 1994, quando la cosa viene fuori, il consulente legale Massimo Berruti tenta di depistare le indagini dopo un incontro a Palazzo Chigi col principale. Ma questi non si accorge di nulla ("giuro sui miei figli"). Nemmeno quando Sciascia e Berruti vengono condannati, tant’è che se li porta in Parlamento. Nel 1997-‘98 Mills, testimone nei processi Guardia di Finanza e All Iberian, non dice tutto quel che sa e lo "salva da un mare di guai" (lo confesserà al commercialista). Poi riceve 600 mila dollari dal gruppo di "Mr. B". E Mr. B sempre ignaro di tutto (rigiura sui suoi figli).
Di recente si scopre che il Nostro, nell’ottobre scorso, prese a telefonare a Noemi, una minorenne di Portici, proprio mentre il suo governo varava una legge per stroncare la piaga delle molestie telefoniche ("stalking"). Ma lui scoprì che era minorenne solo quando fu invitato al suo diciottesimo compleanno. Ora salta fuori che Patrizia D’Addario, che trascorse con lui una notte a Palazzo Grazioli, è una nota "escort" barese, pagata da un amico del premier (l’ “utilizzatore iniziale”?). Ma lui non ne sapeva nulla, tant’è che in quel mentre il suo governo varava una legge per arrestare prostitute e clienti. È sempre l’ultimo a sapere. Può un uomo così ingenuo, o sfortunato, o poco perspicace, fare il presidente del Consiglio?».

Lui non c’entra mai. Non c’era. E, se c’era, dormiva. E, se dormiva, sognava. E, se sognava, sognava altro...

AB

fonte:
http://bile.ilcannocchiale.it/post/2315649.html

martedì 18 agosto 2009

Azioni Alitalia, lavoratori truffati e beffati


Le cedole delle azioni consegnate ai dipendenti nel 1998

di Alessandro Ambrosin

ROMA - Pochi giorni fa il governo in seguito all'entrata in vigore del decreto legge n. 78 del 1 luglio 2009 ha fatto a tutti gli azionisti Alitalia un'offerta che ha veramente dell'incredibile. Ad ogni azione verrà corrisposta la somma di 0,2722 euro attraverso la consegna di un titolo di Stato che rimarrà vincolato fino a dicembre 2012 senza nessuna maturazione di interessi.

Ma conti alla mano facciamo un esempio concreto. Un assistente di volo nel 1998 aveva percepito 26.057 azioni per un valore nominale di 1.000 lire, con un controvalore all'epoca del deposito pari a circa 166milioni di vecchie lire. Nel 2009 queste azioni sono diventate 868 ed oggi con l'offerta che prevede un controvalore determinato sulla base del prezzo medio di borsa nell'ultimo mese di negoziazione ridotto del 50% è di 0,2722 euro.

Insomma un controvalore pari a un totale di 236 euro. Chiaramente, fa sapere il governo, che chi aderirà alla proposta di conversione in nuovi titoli di Stato entro il tempo limite fissato per il 31 agosto 2009, perderà la possibilità di partecipare ad una eventuale insinuazione al passivo. Un fatto a dir poco incresciuoso, specialmente per tutti quegli azionisti lavoratori che sono stati obbligati a ricevere azioni in cambio di maggiore flessibilità.

Era il 19 giugno del 1996 quando i sindacati siglarono un accordo con Alitalia che prevedeva il risanamento dell'azienda attraverso una ricapitalizzazione della compagnia di bandiera da parte dello Stato per un equivalente di 3,000 miliardi di vecchie lire e l'istituzione dell'azionariato ai dipendenti pari a 530 miliardi. Così due anni dopo cioè nel gennaio del 1998 i lavoratori, a fronte di sacrifici contrattuali e normativi si trovarono meno soldi in busta paga in cambio di azioni che furono distribuite a seconda della mansione svolta in Alitalia. Ai piloti andarono circa 55mila azioni, agli assistenti di volo poco più di 26mila e ai dipendenti di terra 11mila. Azioni il cui valore nominale era di 1.000 lire e non sarebbe stato vendibile per i tre anni successivi.

Il valore del titolo Alitalia nel giro di pochi mesi schizzò fino a toccare le 7.400 lire per ogni azione, ma il 19 giugno del 2001 proprio al momento dello sblocco il titolo scese improvvisamente a 1.400 lire.
Alcuni dipendenti decisero di vendere le azioni, molti altri invece le lasciarono nel loro deposito titoli credendo fino all'ultimo in un rilancio della compagnia. D'altra parte le intenzioni non erano quelle di speculare in borsa, in quanto i dipendenti non avevano scelto individualmente di acquistare le azioni ma furono costretti ad accettarle proprio a fronte dell'accordo tra sindacati e Alitalia.
Il 2 agosto del 2005 l'Assemblea straordinaria deliberò una ricapitalizzione a copertura delle perdite e quindi emise delle nuove azioni Alitalia di fatto sostituendole con quelle vecchie. E così ad ogni nuova azione ne furono accorpate 30 delle vecchie.

Il resto è storia conosciuta. Il 26 gennaio del 2009 le azioni Alitalia, legate alla cosiddetta bad company sparirono dai listini di borsa, annullando di fatto la possibilità agli investitori di recuperare il capitale. Eppure, non va mai dimenticato che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, principale sostenitore della svendita Alitalia alla cordata della Cai, e l'attuale minitro dell'Economia Giulio Tremonti avevano promesso che nessuno ci avrebbe perso un euro.
"Beffati e truffati" ha commentato Giorgio, un assistente di volo. "Sarebbe il caso - aggiunge - che nell'eredità del premier, di cui tanto discutono i figli, fosse posta una clausola che cita testualmente che le promesse fatte vanno mantenute, anzi in questo caso onorate."

fonte:http://www.dazebao.org/news/index.php?option=com_content&view=article&id=6092:azioni-alitalia-lavoratori-truffati-e-beffati-&catid=54:lavoro&Itemid=172

Considerazioni...

U.Bossi: "Quando cantiamo il nostro inno, il Và pensiero, tutti lo cantano perché tutti conoscono le parole, non come quello italiano che nessuno conosce."


M.Donati: "Regaleremo ai ministri leghisti un cd con l'inno nazionale, così anche loro potranno impararlo. Aggiungeremo anche un bel vocabolario d'italiano, in modo che la nostra lingua non rappresenti più un ostacolo per loro."

Il Governo dell'Evasione

di Antonio Borghesi

La stampa ha dato notizia di questo accordo tra Stati Uniti e Svizzera contro gli evasori fiscali americani che hanno nascosto soldi nel paese elvetico. L'altro giorno, invece, c'è stato un accordo tra Gran Bretagna e il Lussemburgo per lo stesso motivo. E' evidente che i paradisi fiscali sono lo strumento per il falso in bilancio e per la corruzione.

Il 20 aprile, i Paesi più ricchi del mondo hanno deciso che dovevano lottare contro i paradisi fiscali, e alcuni di questi si sono spaventati trovandosi nella cosiddetta “lista nera”, come il Principato di Monaco, il Liechtenstein, il Lussemburgo e San Marino. Alcuni di questi hanno deciso di mettersi in regola per passare alla “lista bianca”, passando alla cosiddetta “lista grigia”, dove dovranno fare 12 accordi bilaterali e internazionali con i Paesi dell'Osce per poter essere rivalutate.

La Germania, la Francia, l'Inghilterra e gli Stati Uniti hanno iniziato a fare questi accordi bilaterali, ma non risulta alcun accordo fatto dall'Italia. Che cosa potrà succedere? Questi Paesi faranno i 12 accordi, andranno nella “lista bianca” però non saranno obbligati a dare informazioni all'Italia. Cosa vuol dire? Che i nostri evasori fiscali potranno ancora portare, tranquillamente, i loro soldi in questi Paesi.

Per questo ho preparato e depositerò, durante la riapertura delle Camere, un'interrogazione parlamentare per chiedere a Tremonti e Berlusconi quanti accordi ha stipulato il nostro Paese e quanti ce ne sono in corso. La risposta la so già, ma vorrei che fosse il governo a darmela.

Abbiamo sentito che in questi giorni l'Agenzia delle entrate sta controllando 180 mila italiani. Un'altra falsità, fumo buttato negli occhi dei cittadini, perché in realtà il governo ha fatto “scappare fuori dalla stalla i buoi per poi chiuderla” per poi dire “abbiamo chiuso la stalla anche noi”. In che modo ha fatto “scappare i buoi”? Ha fatto lo scudo fiscale, dove chi ha portato i soldi all'estero può riportarli in Italia pagando solo il 5%.

Per avere un confronto con la Gran Bretagna, attraverso gli accordi con i paradisi fiscali, gli inglesi che vorranno riportare i propri soldi in Inghilterra dovranno pagare le tasse per 10 anni senza sconto e una sanzione del 10% sulla somma. Già questo confronto vi dice come noi, purtroppo, siamo in presenza di un governo colluso con l'evasione fiscale.

Dal Giornale al Fatto

di Luca Telese

La storia del "cono d'ombra" e del giornalista di sinistra in un giornale di destra, ovvero: ecco perché me ne vado a "Il Fatto", nella speranza che nasca un giornale che non ha padrini, non ha autocensure, non è mettinculista né leccaculista, insomma, tendenzialmente libero.


Dunque succede questo: te ne stai al mare, spaparanzato in un giardino di Fregene e improvvisamente inizia a trillare il telefonino. Chiamate e messaggini a raffica: “Ma che fai?”. Dall’altra parte qualcuno con il computer acceso ti dice: “Oh, Dago deve essere impazzito! Dice che – Bum! – passi dal Giornale al Fatto. Possibile?”. Dago, ovvero Dagospia. Non so come gli sia arrivata la notizia, e da chi. Ma non è impazzito, è vero. Dopo dieci anni passo dal Giornale al Fatto, non per fare un salto mortale, ma per il piacere di un gesto atletico.

Ci vado dopo dieci anni trascorsi a scrivere una posizione di certo particolare, per alcuni addirittura “sospetta” (l’eterna sindrome dell’infiltrato), quella del “giornalista di sinistra” che lavora in un quotidiano di centrodestra. Per anni, negli incontri pubblici, ogni due per tre si alzava qualcuno e mi faceva: “Non ti senti una foglia di fico?”. Rispondevo: “Non posso esserlo, perché sono diventato noto al Giornale, prima non lo ero”. Oppure mi dicevano: “Ma come? Sei di sinistra e lavori al Giornale?”. Per anni, fino a ieri, rispondevo la verità. Raccontando che non c’era calcolo, studio o premeditazione. Le cose erano andate così. Ero precario al Corriere della Sera, un giorno avevo ricevuto la chiamata di Maurizio Belpietro che – come raccontava lui stesso – mi aveva detto: “Mi parlano bene di te, mi piacciono le cose che scrivi, vuoi venire a lavorare per noi?”. Gli avevo risposto: “Guarda che io sono di sinistra”. E lui: “Non me ne frega nulla. Persone di destra al Giornale ce n’è tante, ma i giornali non sono partiti, scriverai quel che vorrai, non ti verrà toccata una riga. Mi interessa avere un occhio diverso sulla vicenda politica che dobbiamo raccontare”.

Quella regola di ingaggio, come spiegavo agli increduli, è stata rispettata, sempre. E’ vero che i giornali non sono caserme, è vero che vivono anche di polarità e diversità, ma confesso che io non avrei mai immaginato di trovare in un quotidiano di centrodestra tante teste diverse, tante radici culturali, tante opinioni opposte: radicali, socialisti, comunisti (convertiti e non), diessini, liberali, persino ex maoisti anche qualche montanelliano superstite. Posso dire – credeteci o no – che il rapporto bellissimo con questi colleghi mi ha vaccinato da due difetti fatali di molta sinistra insopportabilmente chic: il doppiopesismo per cui se lo fanno loro va bene se lo fa un altro no, e la presunzione stolta e assurda di essere sempre e comunque nel giusto. Quando nella nostra redazione romana esplodevano discussioni sulla politica che in alcuni casi sfioravano la rissa (ma sempre molto libere e senza rete) mi chiedevo: “Esiste un’altra redazione così meticcia, nella stampa italiana?”. Ancora oggi penso di no. E credo che passeranno anni perché in un giornale progressista come La Repubblica sia assunto chessò, un giornalista dichiaratamente di destra come Pietrangelo Buttafuoco.

Detto ciò, siccome non siamo nemmeno fatine, questo equilibrio curioso, si reggeva su alcune condizioni. La prima: io mi occupavo di cronaca e ritratti e interviste, ma non potevo (e nemmeno volevo) scrivere opinioni o editoriali, appaltati – per ovvi motivi – a persone più intonate alla linea del giornale. Secondo: i titoli li facevano a Milano (talvolta sostenendo l’opposto di quello che avevi scritto!). Terzo: in tutti questi anni mi sono state garantite due libertà preziose. Quella di poter esprimere qualsiasi opinione, anche molto critica con il Cavaliere (quante lettere di protesta di poveri lettori, quando mi capitava di intervenire a Omnibus o su Sky!). E poi la libertà di rifiutare di scrivere articoli di cui non condividevo lo spirito (poter dire “no”, è un privilegio raro, di questi tempi). Viceversa mi è successo anche di scrivere cose che cozzavano con il senso comune del centrodestra, ad esempio quando dopo la trucidata di Scajola su Biagi (“Quel rompicoglioni…”) pubblicai un ritratto al vetriolo del nostro (per fortuna ex) ministro dell’interno. Quando qualcuno mi chiedeva come potevo dire pubblicamente quel che penso di Berlusconi e scrivere al Giornale, ancora una volta rispondevo la verità: mi sono sempre occupato di sinistra o di An, le pochissime volte in cui ho scritto del Cavaliere, l’ho fatto ho in modo anglosassone, cercando di attenermi alla cronaca. Capitava anche il contrario. Che se tu facendo il mestiere di giornalista chiedi alla Carfagna se abbia gli occhi a fanale perché usa coca, la gente magari pensi: “E’ chiaro che i due erano d’accordo…” (figurati). In ogni caso il “cono d’ombra”, ovvero quello di cui non puoi scrivere liberamente perché al tuo editore dispiace, esiste in tutti i giornali. Prova a La Repubblica a sbeffeggiare il diessino di turno (o Rutelli), prova alla Stampa a parlare male della Fiat, prova al Giornale a farti beffe del Cavaliere, al Messaggero di irridere i palazzinari. Chi non fa il giornalista non sa che, siccome il giornale è un mestiere corale, l’eventuale obiettore di coscienza che volesse dare, sul Secolo d’Italia, del citrullo a Fini, anche volendolo, non arriva in pagina. A mia memoria, solo Marco Travaglio, con la sua forza, è riuscito a scrivere una volta su L’Unità di Soru che Soru un po’ pirla lo è. Lo ha potuto fare perché era bravo, coraggioso, ma anche perché è quello che io non ero, ovvero un opinionista a statuto speciale.

Adesso però accade, una cosa diversa. In modo quasi epico, sorretto solo da un fiume di abbonamenti di persone normali, nasce un giornale - Il Fatto - che non ha editori. Il che è un punto di debolezza, ma anche di forza. E’ un giornale, forse il primo in Italia, senza il cono d’ombra. Senza vincoli di censura potenziale. Un giornale in cui si può scrivere bene o male di tutto e tutti, sia di Berlusconi che di Franceschini sia della Fiat che delle banche. In cui si può non essere né leccaculisti né mettinculisti per partito preso. Sarà in giornale elegante ma spartano, una navicella corsara e non una corazzata, ma vi immaginate che spasso se prende il largo? Ho deciso dopo aver visto il nostro premier che insultava Valeria Ferrante, una brava ed educatissima giornalista del Tg3 colpevole di avergli fatto una domanda. Nessuno dei colleghi presenti se l’è sentita di difenderla per questa piazzata cafona. I quattro titoli del tg che aveva provocato l’ira del premier erano così aggressivi che avrebbero potuto stare non sul Male, ma sul Televideo. Nell’anno in cui Papi ragiona con i corpi cavernosi più che con la testa, in cui ha cacciato Mentana (ma persino Mario Giordano!) e deciso che doveva piazzare un ex resocontista di Corte anche alla direzione del 1240, provare a salire su questa navicella è una bella scommessa. E’ vero: non ci si arricchisce, non ci sono paracadute. Ma sai che soddisfazione se l’impresa riesce? Dice il vecchio Walt (Whitman): “C’è che il grande spettacolo del mondo continua/ e tu puoi contribuire con un verso”.

fonte:
http://voglioscendere.ilcannocchiale.it/post/2315172.html

lunedì 17 agosto 2009

Marco Travaglio - Bocca della verità


Meno male che c’è Giorgio Bocca, ultimo grande vecchio del giornalismo italiano, che a quasi novant’anni ha avuto il coraggio di scrivere sull’ultimo numero dell’Espresso ciò che tutti sanno, ma nessuno osa dire: e cioè che anche insigni esponenti dell’Arma dei Carabinieri hanno avuto (e probabilmente hanno ancora) una parte importante nella connivenza-convivenza fra Stato e mafia.

Bocca non ha scritto, naturalmente, ciò che qualche furbastro tenta di attribuirgli per squalificare il suo pensiero: e cioè che “i Carabinieri”, nel senso di tutti e di sempre, hanno convissuto e convivono con Cosa Nostra. Ha scritto invece che: “
il problema numero uno della nazione non è il conflitto fra il legale e l'illegale, fra guardie e ladri, fra capi bastone e le loro vittime inermi, ma il loro indissolubile patto di coesistenza.

L'essere la mafia la mazza ferrata, la violenza che regola economia e rapporti sociali in province dove la legge è priva di forza o di consenso. Eppure la maggioranza degli italiani non se ne vuol convincere, si rifiuta di crederlo e quando il capo della mafia Totò Riina fa sapere che l'assassinio del giudice Paolo Borsellino è stato voluto o vi hanno partecipato i tutori dell'ordine, ufficiali dei carabinieri o servizi speciali, il buon italiano si dice: è l'ultima scellerataggine di Riina, mette male nel nostro virtuoso sistema sociale…


Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco mafioso di Palermo, ha detto o lasciato capire che i carabinieri 'nei secoli fedeli' si attennero nelle operazioni di mafia ad attenzioni speciali, clamorosa quanto rimasta senza spiegazioni credibili la mancata perquisizione nella villetta in cui Riina aveva abitato e guidato per anni la ‘onorata società’… Una ragione del ‘comportamento speciale’ della più efficiente polizia italiana verso la mafia c'è ed è evidente: i Carabinieri, come la mafia, non sono qualcosa di estraneo e di ostile alla società siciliana, fanno parte e parte fondamentale del patto di coesistenza sul territorio, di controllo del territorio condiviso con la Chiesa e con la mafia”.

Apriti cielo: una raffica di Gasparri, Cicchitto, Latorre, Minniti, La Russa, Casini, Maroni - insomma tutti i partiti tranne Leoluca Orlando (Idv) - ha investito il grande giornalista. Casini ha osato persino dargli dell’”infame”: lui, il leader del partito di Totò Cuffaro, con una densità di imputati di mafia che nemmeno a Corleone. Anche i soliti impuniti del Giornale berlusconiano, tradizionali protettori dell’ala deviata dell’Arma, hanno sparato a palle incatenate contro Bocca. Il gioco è semplice e spudorato: far dire a Bocca che tutti i carabinieri sono mafiosi. Il che, oltrechè una palese falsità, è anche una sciocchezza e un sintomo di ignoranza storica: nel 1982, poco prima di morire nei suoi 100 giorni a Palermo, il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa (promosso superprefetto senza poteri dal governo dell’epoca) chiamò proprio Bocca per dettargli la sua ultima intervista-testamento sulla mafia.

Da grande giornalista e storico antimafia, Bocca sa benissimo che Cosa Nostra ha eliminato nella sua storia anche 33 carabinieri, oltre a centinaia fra magistrati, giornalisti, poliziotti, sindacalisti, politici, cittadini comuni. Ma sa anche che erano carabinieri coloro che inscenarono la pantomima dell’omicidio di Salvatore Giuliano per coprire i mandanti di Portella della Ginestra; che sono carabinieri il generale Mori e il colonnello De Donno che trattavano con il mafioso Vito Ciancimino durante le stragi del 1992 e che, secondo Ciancimino jr., ricevettero il celebre “papello” di Totò Riina, ma si guardarono bene dal denunciare alla magistratura quell’estorsione mafiosa allo Stato; che erano carabinieri gli ufficiali filmati per ultimi in via d’Amelio mentre portavano via la borsa di Paolo Borsellino appena assassinato, borsa contenente (secondo la vedova del giudice) la famosa “agenda rossa” scomparsa; erano carabinieri gli uomini del Ros che arrestarono Riina il 15 gennaio ’93, ma “dimenticarono” di perquisirne il covo, lasciandolo svuotare con tutte le sue carte compromettenti dai mafiosi rimasti a piede libero e ingannando la Procura di Palermo; che sono carabinieri il generale Mori e il colonnello Obinu, imputati a Palermo per favoreggiamento alla mafia con l’accusa di aver lasciato scappare Provenzano nel 1995;
che sono carabinieri il generale Ganzer (nientemeno che comandante del Ros) e alcuni suoi uomini imputati a Milano per traffico di droga; e che sono ancora carabinieri quelli che nel 2005 perquisirono la casa di Ciancimino jr., ma si scordarono di aprire la sua cassaforte, in cui secondo il padrone di casa era all’epoca custodito il papello di Riina; e potremmo andare avanti ancora.

Su queste vicende gravissime, i vertici dell’Arma sono rimasti “nei secoli silenti”: mai una parola, mai un provvedimento per censurare certe condotte indecenti e per allontanarne o almeno sospenderne i responsabili (l’assoluzione di Mori per il covo di Riina, per esempio, parla di pesanti responsabilità disciplinari, rimaste ovviamente impunite). Silenzio di tomba, copertura totale (esattamente come fa la Polizia di Stato con i torturatori e i picchiatori del G8 di Genova 2001, vedi Diaz e Bolzaneto).

Invece, rompendo una lunga tradizione di silenzio stampa, il comando generale dell’Arma ha deciso di replicare a Bocca con un comunicato del generale Leonardo Gallitelli che “respinge con fermezza e con indignazione” le “ingiustificate e infamanti accuse che si risolvono nella delegittimazione dell'operato di fedeli servitori dello Stato”. Il generale fa il furbo, scrivendo che Bocca “sorprendentemente accosta Dalla Chiesa a figure come Totò Riina e Massimo Ciancimino, entrambi arrestati dai Carabinieri”. Già, peccato che quegli stessi carabinieri del Ros (Mori e De Donno) stessero trattando col mafioso Riina tramite il mafioso Ciancimino, come hanno essi stessi ammesso dinanzi alla magistratura, ma solo quando non potevano più negarlo (ne aveva parlato Giovanni Brusca, persino lui più pronto di loro a raccontare la verità). Profittando dell’improvvisa loquacità del Comando Generale, sarebbe interessante sapere se i vertici dell’Arma erano informati di quella trattativa; e chi l’aveva autorizzata; e perché uomini in divisa negoziavano con noti mafiosi mentre Falcone, Borsellino e gli uomini delle scorte saltavano in aria a Capaci e in via d’Amelio; e perché sono ancora al loro posto, anzi hanno fatto carriera.

Finchè il generale Gallitelli o chi per lui non risponderà a queste domande, è meglio che lasci in pace Giorgio Bocca. Anche perché ciò che il grande giornalista ha scritto sull’Espresso è ampiamente confermato dalle sentenze definitive sulla strage di via d’Amelio: per esempio quella emessa il 18 marzo 2002 dalla Corte d’assise d’appello di Caltanissetta nel processo Borsellino-bis, confermata dalla Cassazione il 3 luglio 2003, a carico dei mandanti diretti (ma non di quelli occulti, esterni a Cosa Nostra). Chi volesse darci un’occhiata, trova le sentenze sul sito della rivista Antimafia 2000 e su quello di Salvatore Borsellino (19luglio1992.org). Al capitolo V (pagina 732 e seguenti), i giudici esaminano la possibile convergenza di interessi palesi e occulti nella strage, individuando tre moventi che portarono all’accelerazione della fase esecutiva dell’omicidio Borsellino. Questi:
1) L’intervista rilasciata il 21 maggio 1992 da Borsellino ai giornalisti francesi Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo, in cui si parla del riciclaggio del denaro mafioso al Nord e di un’indagine ancora aperta sui rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e lo “stalliere di Arcore” Vittorio Mangano, “testa di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia per il traffico di eroina”. “Non è detto - scrivono i giudici di appello a pagina 756 - che i contenuti di quell’intervista non siano circolati tra i diversi interessati, che qualcuno non ne abbia informato Salvatore Riina e che questi ne abbia tratto autonomamente le dovute conseguenze, visto che, come abbiamo detto in precedenza, questa Corte ritiene, come Brusca e non come Cancemi, che il Riina possa aver tenuto presente nel decidere la strage gli interessi di persone che intendeva ‘garantire per ora e per il futuro, senza per questo eseguire un loro ordine o prendere formali accordi o intese o dover mantenere promesse’…”.

2) “La seconda ‘anomalia’ o ‘patologia’ che spiega l’anticipazione della strage - aggiunge la Corte a pagina 758 - attiene alla vicenda della ‘trattativa’ con Cosa nostra di cui ha parlato Giovanni Brusca. Le indicazioni che offre il Brusca sono illuminanti. Per Brusca, Borsellino muore il 19 luglio 1992 per la trattativa che era stata avviata fra i boss corleonesi e pezzi delle istituzioni. Il magistrato era venuto a conoscenza della trattativa e si era rifiutato di assecondarla e di starsene zitto. Nel giro di pochi giorni dall’avvio della trattativa Borsellino viene massacrato”. E’ la trattativa di Mori e De Donno con i vertici di Cosa Nostra tramite Ciancimino: “Non disponiamo di riscontri al se, come e quando Borsellino abbia saputo della trattativa che era stata avviata. Che la trattativa vi sia stata è stato confermato dal generale Mori e dal capitano De Donno. E che Riina legasse la strage eseguita e quelle pianificate dopo Capaci a questa trattativa ci è dichiarato a chiare lettere da Brusca… L’ufficiale (Giuseppe De Donno) precisava che l’obiettivo ultimo era di arrivare ad una collaborazione formale del Ciancimino ma che la proposta iniziale era stata di farsi tramite, per conto dei carabinieri, di una presa di contatto con gli esponenti dell’organizzazione mafiosa per un dialogo finalizzato all’immediata cessazione della strategia stragista (…). In tutti i casi, questa vicenda rappresenta un fattore che ha interferito con i processi decisionali della strage. Al di là delle buone intenzioni dei carabinieri che vi hanno preso parte, chi decise la strage dovette porsi il problema del significato da attribuire a quella mossa di rappresentanti dello Stato; il significato che vi venne attribuito, nella complessa partita che si era avviata, fu che il gioco al rialzo poteva essere pagante” (pagine 765-766). In parole povere: anziché fermare le stragi, la trattativa del Ros le incentivò e le moltiplicò. Infatti, dopo Capaci, vi fu subito via d’Amelio e, visto che i due alti ufficiali dell’Arma continuavano a trattare, venne pianificata la strategia terroristica del 1993 (che sfociò nelle bombe di Roma, Milano e Firenze fra il maggio e il luglio del 1993).
3) “La terza chiave interpretativa dell’‘anomalia’ e ‘patologia’ nella tempistica della strage si aggancia alla proposta (da parte del governo dell’epoca, ndr) di Paolo Borsellino quale candidato al posto di Procuratore nazionale antimafia dopo la morte di Giovanni Falcone” (pagina 767).

Ce n’è abbastanza per dare ragione a Giorgio Bocca e torto ai suoi infami detrattori. E per dimostrare ancora una volta, semmai ve ne fosse bisogno, che non è più questione di destra o di sinistra. Oggi la scelta è fra il partito della menzogna, dell’impunità e dell’oblio, e quello della verità, della giustizia e della memoria.

http://antefatto.ilcannocchiale.it/

giovedì 13 agosto 2009

La Padania... e sai cosa leggi...

La Padania, nota testata giornalistica culturale ITALIANA, diretta dall'insigne perito tecnico elettronico (diploma ottenuto per corrispondenza presso la prestigiosa "Radio Elettra") Umberto Bossi, stamattina è uscita in tutte le edicole con una doppia prima pagina, una in italiano (arcaica lingua repubblicana) ed una nel piu moderno, e diciamolo piacevolissimo, dialetto veneto.


Dando seguito alle preannunciate intenzioni della Lega Nord di distruggere l'unità d'Italia, il satirico giornaletto del Nord, patria di ogni buon giornalista fallito d'Italia, uscirà nei prossimi giorni anche in lingua lombarda, piemontese, friulana e ligure.

Augurando al povero direttore de "La Padania" (U.Bossi hahahahaha) di riprendersi presto da questa sua tristissima malattia mentale, e di non finire mai in un ospedale Napoletano in preda ad un ulteriore e definitivo ictus cerebrale, siamo certi che le pagine di tale giornaletto potranno esservi utilissime per proteggere le vostre pietanze migliori in perfetto stile "padano".

Buon appetito a tutti.


Pier Paolo Minutoli

PS:
La qualifica di perito tecnico elettronico di bossi, ottenuta per corrispondenza presso la Radio Elettra, è una notizia "vera"...


Fonte:
http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/inbreve/visualizza_new.html_1644361576.html

Ricostruzione Abruzzo, l'ennesima beffa del governo

di Alessandro Ambrosin

L'AQUILA - Gli sfollati del terremoto abruzzese del 6 aprile scorso dovranno aspettare ancora prima di avere un tetto sopra la testa. Le promesse del governo avevano dato per certo le consegne prima ad agosto, poi a settembre, poi a novembre, invece a quanto pare bisognerà aspettare fino a fine anno. Il progetto CASE di Cese di Preturo, infatti, uno dei primi cantieri partiti per realizzare le abitazioni ai terremotati rimasti senza casa, consegnerà gli alloggi (circa 4.500 ndr), non prima del 31 dicembre del 2009.

E' scritto nero su bianco sui cartelli illustrativi a Cese di Preturo e a Bazzano affissi proprio all'esterno del cantiere. Ma c'è dell'altro. Due giorni fa sono stati resi noti i risultati del censimento partito lo scorso agosto per individuare il fabbisogno abitativo.

A conti fatti sarebbero almeno 13mila le famiglie che hanno fatto richiesta di un alloggio perchè le loro case rientrano nella cosiddetta zona rossa o hanno subito dei danni strutturali tali da non poter farvi più rientro.

Gli sfollati hanno potuto scegliere tre opzioni: un'abitazione del progetto CASE indicando una preferenza per le 19 aree dove verranno realizzate le palazzine antisismiche, un appartamento in affitto a spese dello stato, oppure una sistemazione autonoma. Insomma secondo la protezione civile la domanda complessiva dovrebbe coprire approssimativamente il fabbisogno di 40mila persone, mentre gli alloggi in costruzione prevedono di accoglierne al massimo 15mila. E poi ci sarà da attendere la consegna che considerando i tempi di consegna potrebbe slittare al 2010. Insomma, i tempi duri per gli sfollati non sono affatto finiti. Anzi, addirittura qualcuno, specie gli anziani esasperati dall'attesa e dalle condizioni nelle quali ormai sono costretti a vivere da mesi, azzardano l'ipotesi che le tante promesse rimarranno tali, e forse non faranno più in tempo a mettere il piede in una vera casa.

fonte:http://www.dazebao.org/news/index.php?option=com_content&view=article&id=6038:ricostruzione-abruzzo-lennesima-beffa-del-governo&catid=90:cronaca&Itemid=288

Il disastro dei conti pubblici italiani

La Banca d’Italia ha pubblicato stamattina le consuete statistiche sul fabbisogno e sul debito delle Pubbliche amministrazioni, con il quale rende noti i flussi di incassi e pagamenti dello stato. Come spesso capita, i principali organi d’informazione si soffermano su aspetti “marginali”, senza andare al nocciolo della faccenda. Tutti i media si stanno concentrando infatti sulle entrate, mettendo in evidenza il loro calo. Nel primo semestre 2009 esse sono state pari a 179,8 miliardi, contro i 185,9 miliardi dello stesso periodo dello scorso anno. La riduzione effettivamente c’è stata, ma non è così eclatante anche perché, come ha spiegato la stessa Banca d’Italia, a cui ha fatto seguito il ministero dell’Economia, “la dinamica del mese di giugno ha risentito anche dello slittamento delle scadenze fissate per il versamento delle imposte per i contribuenti soggetti agli studi di settore e che pertanto il dato non è confrontabile con quello del corrispondente mese del 2008”.

La cosa interessante dei dati di Bankitalia però è un’altra, e la troviamo sul fronte delle spese: le spese correnti passano da 185,2 miliardi di euro del primo semestre 2008 a 201,3 miliardi di euro del primo semestre 2009, un aumento dell’8,7%, pari a oltre 16 miliardi. Crescono anche le spese per investimento (1,4 miliardi di euro). Il disavanzo calcolato sui primi 6 mesi è di -23,1 miliardi rispetto ai -7,5 del primo semestre 2008. Una vero e proprio buco.

Ma il dramma è anche nel confronto tra le entrate tributarie e le spese correnti, quello che viene chiamato saldo di parte corrente, che è il vero segnalatore di una sofferenza finanziaria profonda dei nostri conti. Esso rappresenta la capacità dello Stato di far fronte alle sue spese “correnti” (acquisto di beni e servizi, salari e stipendi, pensioni, ecc…) con le entrate fiscali. A seguito dell’incredibile aumento della spesa corrente, questo saldo – che nel primo semestre 2008 (Governo Prodi in carica) era POSITIVO per 0,8 miliardi di euro – diventa NEGATIVO attestandosi a -21,4 miliardi di euro. Anche considerando lo slittamento indicato da Bankitalia e Tesoro, che vale circa 3 miliardi di euro, è un dato pesantissimo.

Come faccia il ministero dell’Economia a chiudere il suo comunicato con un giudizio positivo (sulla “tenuta” delle entrate) senza prendere in considerazione la voragine delle spese correnti non stupisce neppure più. Come faccia la pubblica opinione, i giornali e l’opposizione a non accorgersi di nulla e a non chiedere conto di cosa sta avvenendo alla spesa corrente (evidentemente fuori controllo) è un mistero che comincia a farsi inspiegabile.


di Carlo Cipiciani

http://www.giornalettismo.com/archives/33484/il-disastro-dei-conti-pubblici-italiani/

Sogno o son desto?

fonte: http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/09_agosto_13/ferragosto_carceri_radicali-1601662242525.shtml

Leggevo oggi come al solito, le numerose testate giornalistiche che seguo quotidianamente. Ad un certo punto mi vanno gli occhi su un titolo!
Bang! Il destino s'è compiuto, il desiderio s'è avverato...
Poi leggendo bene mi sono reso conto che non è tutto oro quel che luccica, anzi.
La notizia parla di una visita dei parlamentari nelle carceri, per constatare le condizione in cui vivono quei poveretti. Non che ci sia da giustificarli o compatirli, ma i diritti umani sono un argomento ben più importante.
Innanzitutto, lodevole l'iniziativa dei radicali e di Don Sandro Spriano. Ma la domanda nasce spontanea:

Non è che potete tenerveli un pò? Inizierebbero ad abituarsi al clima che li aspetterà :-)

L'Aquila, "Villa Certosa o Palazzo Grazioli" lo sfollato chiede di abitare dal premier

Antonio Bernardini ha specificato nei moduli inviati a Comune e Protezione civile che come alloggio provvisorio vorrebbe una delle residenze di Berlusconi

"Non è una provocazione ma una richiesta legittima basata sulle dichiarazioni del presidente"

Villa Certosa
L'AQUILA - "Vorrei abitare a Villa Certosa o a Palazzo Grazioli". E' il desiderio apparso tra le domande per la sistemazione in alloggi provvisori presentate dai terremotati aquilani.

La richiesta di abitare nelle residenze del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è stata inviata alla Protezione civile e al Comune dell'Aquila da Antonio Bernardini, la cui casa, nella zona rossa del centro storico del capoluogo abruzzese, è inagibile. Nel tipo di sistemazione preferita, alla voce "alloggi in affitto" a penna è stato aggiunto "se possibile, a Villa Certosa oppure a Palazzo Grazioli".

"Non si tratta di una provocazione - ha detto Bernardini all'Ansa - ma di una richiesta legittima basata sulle dichiarazioni del presidente il quale aveva pubblicamente promesso che avrebbe ospitato nelle sue case alcuni terremotati. In questo modo avrei anche l'occasione di essergli utile con consigli basati sulla mia esperienza di terremotato prima in auto, poi in tenda e infine in due alberghi, e di profondo conoscitore della città".

Bernardini è segretario generale ed economo del Consorzio di ricerche applicate alla biotecnologia (Crab), ma fu licenziato illegittimamente sei anni fa ed è in attesa che venga dato seguito a due sentenze della magistratura che impongono al Consorzio il suo "reintegro immediato" nelle funzioni e il pagamento delle retribuzioni e dei contributi.

fonte: http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/cronaca/sisma-aquila-13/richiesta-grazioli/richiesta-grazioli.html?rss

Pubblica insicurezza...

I tagli dei fondi rendono la vita degli agenti impossibile. E lasciano i cittadini senza protezione. Mentre partono le ronde, ecco in quali condizioni opera la polizia italiana
Ci sono due parole che irritano profondamente i poliziotti italiani. La prima è 'ronde': le cosiddette associazioni di volontari per la sicurezza. Quelle tanto apprezzate dal ministero dell'Interno, e che stanno per pattugliare le nostre città (sperando non finisca sempre come a Massa, dove lo scorso 26 luglio una ronda di destra e una di sinistra si sono a prese a pugni e seggiolate). La seconda parola sgradita, invece, è 'militari'. Almeno quelli utilizzati, da circa un anno, per arginare la delinquenza urbana. Secondo il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, è merito loro se in certi quartieri i reati sono diminuiti del 40 per cento. Al contrario, i poliziotti li considerano "perfetti in guerra ma non nell'ordine pubblico". E, per giunta, ironizzano, "dobbiamo fargli da balia".

Polemiche su polemiche. È questa la quotidianità degli agenti di pubblica sicurezza. Si dicono dimenticati. Stanchi. Avviliti. E delusi, soprattutto. Come il graduato che parla a ruota libera nei 40 gradi della Palermo estiva. Scuote la testa e spiega come, nel disinteresse generale, sono costretti a lavorare i colleghi che scortano Maria Falcone, sorella dell'icona antimafia Giovanni e divulgatrice della legalità nelle scuole. "Alla signora spetta una protezione di terzo livello, cioè una Lancia K blindata con due uomini armati a bordo", dice, "ma questo non basta a garantirne la sicurezza". Oltre alla minaccia delle cosche, infatti, "c'è da combattere la drammatica condizione del nostro parco automobili". Di recente, ad esempio, "la macchina di Maria Falcone non ce l'ha fatta a uscire dal deposito della caserma: perdeva potenza". E quando è stata sostituita da un'altra vettura, quello stesso giorno, è finita ancora peggio: "Di colpo, lungo la strada, si è rotta l'aria condizionata e si sono bloccati i finestrini, trasformando l'abitacolo in un forno e obbligando la scorta a chiedere rinforzi".


"Assurdo ma frequente", confermano altri agenti. Lo sa bene il magistrato Anna Maria Palma, capo di gabinetto alla Presidenza del Senato, che si è trovata con l'auto della scorta inchiodata sulla Palermo-Messina. E altrettanto bene lo sa il sindaco di Palermo, Diego Cammarata, i cui uomini di protezione hanno dovuto muoversi - causa assenza fondi- anche su una vecchia Punto senza blindatura. "Episodi che altrove farebbero scandalo, mentre in Italia sono diventati normali", dice Felice Romano, segretario generale del Siulp (Sindacato italiano unitario lavoratori di polizia, vedi box a pag. 29): "Ormai la pubblica sicurezza è allo stremo in ogni parte d'Italia e su ogni fronte operativo: dalle scorte all'antidroga, dai commissariati di zona alle squadre volanti". Non a caso. Sul tavolo, il capo del Siulp ha le carte dei tagli che il governo ha riservato alle forze dell'ordine. Cifre paurose, quando si arriva al capitolo polizia di Stato: 263 milioni 497 mila euro cancellati nel 2009. Altri 283 milioni levati nel 2010. Ulteriori 492 milioni 726 mila euro eliminati nel 2011. Unica voce incoraggiante, i 100 milioni destinati alle polizie comunali, che sono un niente rispetto ai complessivi 3 miliardi e mezzo tagliati al comparto Sicurezza e difesa. Morale: da un lato "l'opinione pubblica viene stordita con gli effetti speciali", denuncia il sindacato Uilps, dall'altro si "trascura la gestione ordinaria". Cioè l'indispensabile.

Cosa significhi, in concreto, si può vedere a Milano: in teoria il simbolo dell'efficienza padana, in pratica una metropoli dove la polizia è in ginocchio. Basti pensare all'organico bloccato da 18 anni a 3.900 uomini, con una carenza di 50 sovrintendenti e ispettori, 30 funzionari, dieci dirigenti e oltre 500 agenti. Per non parlare delle 487 auto in dotazione alla questura, delle quali 250 ferme per riparazioni che avverranno quando avverranno. O ancora, dei 13 membri del pool antiterrorismo internazionale Digos, costretti a indagare fianco a fianco in un ufficio di 12 metri quadri. "La politica ci aveva promesso più personale, più mezzi, più soldi; ci aveva illuso che da bruchi saremmo diventati farfalle", spiega un agente milanese: "Invece siamo sprofondati in un baratro dove manca tutto: dalle divise alla carta del fax. Fino ai giubbotti antiproiettile, in certi casi scaduti dal '92". Un incubo che si materializza alla caserma Garibaldi di piazza Sant'Ambrogio, dove si trovano gli uffici che gestiscono volanti, scorte e personale. "S'intrufoli al secondo o al terzo piano", suggerisce qualcuno. Ed è una scena sconsolante, quella che appare. Una sequenza di vetri spaccati, bagni con porte mancanti, cumuli di mozziconi e spazzatura, televisori preistorici abbandonati nei corridoi, neon che non si accendono e materassi lerci appoggiati alle pareti. "Da qui parte il degrado", annuisce un sindacalista: "dal nostro quartier generale...".

Poi c'è l'esterno: ossia la parte che tutti i milanesi possono vedere e giudicare. A partire dai 17 commissariati, dei quali solo cinque riescono a garantire volanti per penuria di uomini e auto. "Contenitori di storie grottesche", li chiama chi ci lavora. Senza esagerare. Al commissariato Greco-Turro, ogni giorno confluisce un mare di extracomunitari per i permessi di soggiorno, e ad accoglierlo c'è il bagno dei disabili riadattato a stanzetta per le impronte. Il commissariato Porta Genova, invece, è un ex carcere minorile dove anche i settori aperti al pubblico hanno finestre sbarrate (in barba alle più ovvie norme di sicurezza), mentre il pavimento dell'archivio è pericolosamente piegato sotto a una montagna di fascicoli. "Problemi segnalati e mai risolti", lamentano i poliziotti. Al pari del commissariato Monforte-Vittoria, nel centro storico, gestito a colpi di buona volontà da Edmondo Capecelatro (anche dirigente del Siulp): "Nel 2003", dice, "l'organico prevedeva 99 persone: oggi siamo rimasti in 75, dei quali due ispettori pensionandi, due aggregati fuori sede, 15 assenti in media per ferie o malattia, una decina disseminati tra centralino e altri servizi, sette o otto richiesti ogni giorno per i servizi di ordine pubblico e un'altra decina bloccata negli uffici denunce e passaporti, ai quali va sommato un gruppetto per la burocrazia indispensabile. Risultato: ho circa sette uomini per presidiare una zona con 90 mila residenti. Che razza di sicurezza posso garantire?".

Scarsa, risponde lui stesso: anzi scarsissima. Come nella vicina Monza, dove gli agenti della squadra investigativa hanno dovuto attraversare la città in autobus, con i faldoni sottobraccio, perché tutte le auto erano fuori servizio. O come alla Stazione Centrale di Milano, dove l'area di sorveglianza è stata quasi raddoppiata per l'apertura di nuovi spazi, ma senza aggiungere un solo agente alla già misera polizia ferroviaria. Il che può stupire i non addetti ai lavori, ma conferma il contenuto di un appunto riservato a firma Dipartimento di pubblica sicurezza. Due pagine nelle quali si indicano i tagli più pesanti alla polizia di Stato: meno 5,1 milioni di euro per le missioni nazionali, meno 2,3 per quelle all'estero, meno 3,8 per i servizi di pulizia e meno 10,8 per le spese telefoniche. Fino alla batosta conclusiva: 6,2 milioni tagliati agli armamenti, pari a un meno 84,72 per cento. "Tenuto conto di quanto sopra premesso", si legge in calce al documento, "anche quest'anno vi saranno notevoli difficoltà per assicurare alcuni dei servizi particolarmente penalizzati". Di più: "La situazione", scrive il Dipartimento, "è aggravata dal trascinamento di notevoli debiti dei passati esercizi", i quali a quanto pare "non hanno trovato copertura nelle dotazioni di bilancio".

Parole chiare. Lapidarie. Sufficienti, insomma, per catalogare automaticamente sotto la voce 'uscite infelici' quella di Renato Brunetta, ministro della Funzione pubblica, secondo cui il guaio della polizia è di avere troppi "panzoni" dietro le scrivanie e pochi Rambo in strada: dichiarazione dello scorso 28 maggio, poi rimediata con scuse generiche. "Una visione distorta della realtà", la chiama uno dei sovrappeso sotto accusa: "Non siamo noi poliziotti da ufficio a essere scadenti, ma le strumentazioni che abbiamo e le strutture in cui operiamo". Caso esemplare, in questo senso, è la sede della polizia postale di viale Trastevere, a Roma, nella quale si combattono crimini tutt'altro che secondari come la pedofilia on line. Al primo piano del palazzo, solo in teoria inaccessibile agli estranei, gli uffici operativi hanno vetri blindati che non si possono aprire: "Neanche se scoppia un incendio", testimoniano i dipendenti: "Inoltre, l'areazione è quasi sempre rotta, tant'è che una collega è svenuta dal caldo". Quanto all'aspetto investigativo, "il 30 per cento dei computer risale a fine anni '90: quindi è obsoleto, lento ed esposto ad hackeraggi". Ragione per cui gli agenti, stufi di chiedere e non ricevere, si arrangiano portando avanti e indietro da casa i loro personal, "con comprensibili timori per la riservatezza dei dati".


Dopodiché tutto è possibile, nell'Italia delle polemiche. Si può sostenere, come ha fatto il ministro dell'Interno Roberto Maroni, che nel bilancio 2009 la polizia ha avuto circa il 10 per cento in più rispetto all'anno precedente per le spese correnti ("Tralasciando di specificare che non si tratta di uno stanziamento aggiuntivo, ma del tentativo di sanare i buchi pregressi, più le somme per pagare gli aumenti contrattuali decisi dal governo Prodi", contestano i sindacalisti). "Si può anche continuare ad appoggiarsi sulla nostra voglia di sacrificio", provocano gli agenti, "sorvolando sugli stipendi che ci vengono pagati in ritardo". Ma certo colpisce sapere che nella capitale il commissariato Tuscolano ha solo una volante per un'area affollata da 500 mila abitanti. Dispiace sentire che, in occasione dell'ultimo G8, decine di poliziotti sono stati per ore sull'autostrada Roma-L'Aquila, senza ricevere un bicchiere d'acqua o un panino. E ancora più pesante, per il morale degli agenti di polizia, è stato quanto accaduto durante le vacanze pasquali a Napoli del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. "Una volta arrivati", riferisce chi c'era, "il seguito dei carabinieri ha dormito al Grand hotel Oriente, quattro stelle nel cuore della città". Per i poliziotti, invece, il budget non prevedeva l'albergo: né ad alto né a basso costo. "Li hanno portati in convento".

E qui si torna al punto di partenza: alla dedizione degli agenti, che nel 2009 "ha consentito di ridurre la delittuosità dell'11,4 per cento rispetto al 2008", usando le parole del capo della polizia Antonio Manganelli, ma anche alla penuria di finanziamenti e personale diffusa sul territorio italiano.

Allarmante, per dire, è la segnalazione del Silp (Sindacato italiano lavoratori polizia) riguardo al porto di Genova, dove "a fronte di un organico di 305 unità previsto nel 1989, operano attualmente 178 agenti": il che significa che quattro poliziotti, in un giorno, hanno dovuto controllare 1.600 passeggeri. Altrettanto condivisibili sono le preoccupazioni della polizia stradale per il comprensorio Forlì-Cesena, dove gli agenti hanno denunciato al Dipartimento di pubblica sicurezza lo "scarso livello di sicurezza" e le "sporadiche pattuglie presenti". Per non parlare di Perugia, con i poliziotti mortificati dalla "carenza di scarpe, divise e automezzi". O dell'ufficio immigrazione di Modena, dotato di 31 agenti per "gestire quasi 80 mila stranieri". O ancora, dei poliziotti in servizio nella nuovissima sede di Fiumicino, costretti a pietire il toner delle stampanti al gestore dell'aeroporto.

"Piccole cose, certo, ma enormi se accumulate una sull'altra", commenta Vittorio Costantini, segretario provinciale Siulp a Palermo. Una frase che ripete spesso, mostrando di persona le emergenze della sua città, dalle scorte in poi. C'è il commissariato di Brancaccio, zona ad altissima densità criminale, dove la mafia si combatte con un'unica volante e una sede che cade a pezzi: talmente vulnerabile da avere subìto l'assedio di familiari dei malavitosi arrestati. C'è il reparto a cavallo nel parco della Favorita, cruciale per i servizi antidroga e antistupri, che su otto animali ne ha due troppo anziani e due non montabili per tare caratteriali (dettagli sconcertanti quanto gli spogliatoi a ridosso della fogna, o i container sfondati che dovevano sostituire i vecchi uffici). E c'è, ancora una volta, il delirio dell'ufficio immigrazione, con 6 mila domande di permesso di soggiorno arretrate, un ex magazzino accanto (in uso alla questura) infarcito di topi e un cortile sommerso dalla spazzatura.

Ma la tappa più avvilente, e importante, è quella successiva: lo sfogo di due agenti della squadra mobile al tavolino di un bar. Poliziotti pieni di rabbia non per le 90 mila ore di arretrati non pagate, ma per l'impossibilità di battersi ad armi pari contro Cosa nostra. "Dopo i tagli ai finanziamenti", spiegano, "ci hanno chiesto di indagare soltanto all'interno della città. Mai fuori, senza eccezioni. Anche se tutti sanno che le famiglie dei boss si annidano nelle province".

Una beffa ai danni degli italiani, la definiscono. Un colpo basso per quei poliziotti che si dedicano giorno e notte all'antimafia. "In altre parole: il più bel regalo che lo Stato potesse fare agli eredi di Riina e Provenzano".

fonte:
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/pubblica-insicurezza/2106876&ref=hpsp